Luca Pancalli

Quella di Luca Pancalli è una vita caratterizzata da una grande caduta, proprio come quelle che sconvolgono le esistenze di tante persone e che, alle volte, sono all’origine di progressive discese. Una caduta da cavallo durante una gara internazionale di pentathlon moderno, una caduta nello sport che non è solo la metafora di un tragico episodio della vita.

Ma a tramutare la tragedia sportiva e umana in un successo della vita, una faticosa risalita, fatta dapprima di disperazione e di rabbia e poi della ricerca della serenità e del successo.

Una vita ripartita a 17 anni, quando già per tre volte aveva toccato il gradino più alto del podio nei Campionati italiani di pentatlon moderno. Un secondo tempo, vissuto in un ottica certamente diversa dal primo, che ha portato Luca al successo della completezza, della realizzazione nella famiglia, nel lavoro, nello sport e poi al servizio proprio di quello sport che apparentemente tanto gli ha tolto e che al quale sta dando tanto con competenza facendo di lui uno dei migliori dirigenti sportivi italiani. Quella del numero uno dello sport paralimpico è da identificarsi come un successo personale e di squadra riconoscendo alla sua famiglia di origine un ruolo di incoraggiamento, sostegno, esempio nell’affrontare le sfide della vita.

Ma quando Luca Pancalli racconta la sua storia emerge chiaro che lo sport è stato un importante terapia per rimettersi sulla carreggiata della vita durante un intervallo che lo ha visto impegnato in una lunga riabilitazione fisica e psichica in Austria e poi, di ritorno a Roma, nel calore umano e nelle sollecitazioni della sua famiglia.

Incoraggiato, ma lui stesso determinato a raggiungere a obiettivi sempre più alti che gli si proponevano, decide di avvicinarsi allo sport paralimpico. Divenendo ben presto consapevole del valore di questa attività e dei numerosi stimoli che da essa gli provenivano partecipa, nel nuoto, a quattro edizioni dei Giochi Paralimpici: Stoke Mandeville/New York 1984, Seul 1988, Barcellona 1992 e Atlanta 1996 conquistando otto ori, sei argenti ed un bronzo.

Nel frattempo studia, diventa avvocato e si avvicina al mondo della dirigenza sportiva creando una federazione motoristica speciale con Clay Regazzoni. E’ Presidente del Comitato Italiano Paralimpico (CIP) nonché Segretario Generale del Comitato Paralimpico Europeo (EPC), membro di diritto della Giunta Nazionale del CONI.

Nel 2006 il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli ha conferito l’onorificenza di “Grande Ufficiale“ e, sempre nello stesso anno, è nominato Presidente della Federazione Italiana Giuoco Calcio (FIGC). Storico e assolutamente inaspettato il provvedimento da lui adottato di sospendere tutte le partite di tutti i campionati di calcio italiani, dalla Serie A alle giovanili a seguito degli episodi di violenza di Catania-Palermo del febbraio 2007 in cui perse la vita l’ispettore capo Filippo Raciti.

Pancalli è stato tra i promotori della Città dello Sport Paralimpico in fase di costruzione a Roma.

 

FRASI CELEBRI

  • “Nella mia vita lo spirito agonistico è stato utile. Un po’ te lo insegna lo sport, un po’ fa parte del carattere. Ci sono sportivi che lasciano lo sport perché soffrono le gare e studenti che mollano l’università perché non reggono lo stress dell’esame, ma un certo spirito agonistico è utile nella vita. Meglio se non limitato alla gara, se esteso ad altre aspirazioni.”
  • “Spesso dimentichiamo che la massima parte dello sport non è l’iceberg del professionismo ma la base che c’è sotto e che il nostro Paese trascura come componente dell’educazione globale della persona”.
  • “Diretto sì, meno conflittuale. Non sono stato capace all’inizio di non arrabbiarmi con Lui, di non chiedergli conto del perché proprio a me. Poi ho fatto pace, oggi ho con la fede un rapporto sereno: ho avuto le mie disgrazie ma chi non le ha, quando ho perso mio padre ho chiesto altri rabbiosi perché, ma ho avuto anche molto dalla vita”.
  • “Avevo 17 anni, ho avuto il tempo di ripensare la mia vita quasi da zero perché era ancora tutta davanti: ho preso la maturità, la laurea, vinto le paralimpiadi, costruito una bella famiglia. Sarebbe ingrato non ammettere che ad altri va peggio”.
  • “Sono sempre stato un malato di sport e dei suoi valori: onestà nei comportamenti, dedizione, significato e giusta interpretazione di vittoria e sconfitta, rispetto dell’avversario, l’onore della maglia e così via.”
  • “Lo sport, senza averne responsabilità diretta, nella mia prima vita si era preso una parte del mio corpo, ma senza di lui la mia seconda vita non avrebbe potuto essere tale.”